LIBRI

LIBRI e PUBBLICAZIONI

 

L'angolo in cui L'isola di Arturo, attraverso la presentazione di alcuni brani, presenta e consiglia testi letterari sui temi socioculturali

 

 

paula

 

 

La mia infanzia fu un’epoca di paure taciute: terrore di Margara, che mi detestava, che apparisse mio padre a reclamarmi, che mia madre morisse o si sposasse, del diavolo, dei giochi bruschi, delle cose che gli uomini cattivi possono fare alle bambine. Che non ti venga in mente di salire sulla macchina di uno sconosciuto, non parlare con nessuno per la strada, non lasciare che ti tocchino il corpo, non ti avvicinare agli zingari. Mi sentii sempre diversa, da quando riesco a ricordare sono stata emarginata, non appartenevo realmente alla mia famiglia, al mio ambiente sociale, a un gruppo. Suppongo che da questo sentimento di solitudine nascano le domande che spingono a scrivere, nella ricerca delle risposte germinano i libri.

Ogni notte i sogni mi aspettano acquattati sotto il letto con il loro carico di visioni terribili, campanili, sangue, lugubri lamenti, ma anche con una messe sempre fresca di immagini furtive e felici. Ho due vite, una da sveglia e una addormentata. Nel mondo dei sogni ci sono paesaggi e persone che conosco già, lì esploro inferni e paradisi, volo nel cielo nero del cosmo e scendo in fondo al mare dove regna il silenzio verde, incontro decine di bambini di ogni sorta, anche animali impossibili e i delicati fantasmi dei defunti più cari. Nel corso degli anni ho imparato a decifrare i codici e a capire le chiavi dei sogni, adesso i messaggi sono più nitidi e mi servono per rischiarare le zone più misteriose dell’esistenza quotidiana e della scrittura.

I figli hanno condizionato la mia esistenza, da quando sono nati non ho più potuto pensare in termini individuali, sono parte di un trio inseparabile. Una volta, diversi anni fa, volli dare la precedenza ad un amante, ma non mi riuscì e alla fine rinunciai a lui per tornare in famiglia. Questo è un argomento di cui dovremo parlare più avanti, Paula, per ora è bene passarlo sotto silenzio. Non mi venne mai in mente che la maternità fosse opzionale, la consideravo inevitabile, come le stagioni.

Ebbi un primo indizio degli svantaggi legati al mio sesso quando ero ancora una mocciosa di cinque anni e mia madre mi insegnava a lavorare a maglia nel corridoio della casa di mio nonno, mentre i miei fratelli giocavano sull’olmo del giardino. Le mie dita maldestre cercavano di annodare la lana con gli aghi, mi cadevano i punti, mi si aggrovigliava la matassa, sudavo per lo sforzo di concentrarmi, e in quella mia madre mi disse: siediti con le gambe unite come una signorina. Scagliai l0ontano il lavoro e in quel momento decisi che sarei diventata un uomo; mi mantenni ferma in quel proposito fino agli undici anni, quando gli ormoni mi tradirono alla vista delle orecchie monumentali del mio primo amore e il mio corpo cominciò inesorabilmente a cambiare. Sarebbero dovuti passare quarant’anni perché accettassi la mia condizione e capissi che, con uno sforzo doppio e metà riconoscimento, avevo ottenuto ciò che a volte ottengono alcuni uomini.

Il gioioso processo di generare un bambino, la pazienza di crescerlo dentro, la forza necessaria per darlo alla luce e il sentimento di profonda meraviglia in cui culmina, posso paragonarlo solo a quello di creare un libro. I figli, come i libri, sono viaggi all’interno di noi stessi in cui il corpo, la mente e l’anima mutano direzione, si volgono verso il centro stesso dell’esistenza.

 

L'autrice

il sito

 

 

Informazioni aggiuntive